La recente sentenza n. 3180/2025 della Corte di Giustizia Tributaria di primo grado di Milano (depositata il 17 luglio 2025) segna un punto fondamentale per le imprese che beneficiano del credito d’imposta Ricerca & Sviluppo (R&S). La sentenza ha annullato un atto di recupero (cioè un provvedimento di disconoscimento del credito d’imposta) emesso dall’Agenzia delle Entrate perché mancava il parere tecnico del MIMIT, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Sostanzialmente, i giudici hanno chiarito che l’Amministrazione finanziaria non può decidere in autonomia se un’attività svolta da un’azienda rientra o meno tra quelle R&S agevolabili: trattandosi di valutazioni di natura specialistica, è indispensabile il coinvolgimento del MIMIT in qualità di organo tecnico competente. Questa decisione rafforza la posizione difensiva delle imprese e fornisce importanti indicazioni sulle implicazioni giuridiche e operative da tenere presenti in caso di verifiche sul credito R&S.
Nel caso affrontato dalla CGT di Milano, l’Agenzia delle Entrate non aveva richiesto alcun parere al Ministero prima di emettere l’atto di recupero: ha dunque agito valutando in proprio la natura dei progetti aziendali. La corte ha ritenuto questo comportamento illegittimo, sottolineando che “senza il parere del MIMIT non si può dire stop al credito R&S”. Questa decisione ribadisce in modo autorevole che il parere tecnico ministeriale è un passaggio obbligato: se manca, il recupero del credito d’imposta non regge e deve essere annullato.
Discrezionalità tecnica vs. discrezionalità amministrativa
Uno degli aspetti centrali messi in luce dalla sentenza è la distinzione tra discrezionalità tecnica e discrezionalità amministrativa nelle decisioni dell’Amministrazione finanziaria. Questo concetto, accademico solo all’apparenza, ha ricadute pratiche immediate sul modo in cui devono essere condotti gli accertamenti in materia di credito R&S.
La discrezionalità amministrativa indica la libertà di valutazione che la Pubblica Amministrazione ha nel prendere decisioni nell’ambito delle norme (ad esempio scegliendo come applicare una certa legge o quale provvedimento adottare sulla base di criteri di opportunità, efficienza, interesse pubblico, ecc.) È un potere decisionale generale, che però resta nei limiti delle competenze proprie dell’ente: nel caso dell’Agenzia delle Entrate, si tratta tipicamente di valutazioni fiscali e giuridiche.
La discrezionalità tecnica, invece, riguarda decisioni che dipendono da valutazioni specialistiche di natura tecnica o scientifica. In tali situazioni l’amministrazione, pur dovendo decidere, non ha in sé le competenze per accertare determinati fatti o parametri, e deve quindi basarsi su conoscenze extra-giuridiche. Stabilire se un progetto costituisce ricerca e sviluppo è una tipica valutazione tecnico-scientifica: richiede competenze in materia di ricerca tecnologica e metodologie innovative, che esulano dalla normale sfera di conoscenze di un funzionario fiscale.
La Corte di Giustizia Tributaria di primo grado di Milano ha evidenziato proprio questo punto: quando l’Agenzia delle Entrate mette in dubbio la natura R&S di un progetto, sta entrando in un campo di discrezionalità tecnica. In tali casi non può operare da sola, perché rischierebbe di fondare la decisione su argomentazioni tecnicamente inadeguate o arbitrarie. La legge (art. 3 del D.L. 145/2013 che disciplina il credito R&S per gli anni 2015-2019) prevedeva la possibilità di coinvolgere il Ministero competente proprio per questo motivo. Dunque, se l’Agenzia dubita della qualificazione tecnica delle attività di un’impresa, deve acquisire il parere del MIMIT prima di emettere un provvedimento.
Il principio della “ragione più liquida” applicato dal giudice
Un elemento peculiare della sentenza è il riferimento al principio della “ragione più liquida”, che ha guidato il giudice nella risoluzione della controversia. Di che cosa si tratta? È un principio giuridico-processuale secondo cui il giudice può decidere una causa basandosi sul motivo di più immediata e agevole soluzione, evitando di affrontare altre questioni più complesse o controverse se non necessario. Se esiste un profilo chiaro e risolutivo che da solo basta a definire la causa, il giudice può pronunciarsi su quello, assorbendo tutte le altre questioni. Questo principio, riconosciuto anche dalla Corte di Cassazione, serve a rendere la giustizia più efficiente: consente di chiudere il caso rapidamente e in modo giusto, concentrandosi sul punto decisivo più “facile” (liquido nel senso di “fluido, immediato”) senza perdersi in dibattiti su aspetti ulteriori che, a quel punto, diventerebbero irrilevanti.
Nel caso del credito R&S, la Corte di Giustizia Tributaria di primo grado ha individuato come “ragione più liquida” il difetto del parere MIMIT. Ciò significa che, di fronte al ricorso dell’azienda, il giudice ha ritenuto assorbibile la constatazione che l’Agenzia delle Entrate aveva emesso l’atto senza consultare il Ministero: questo vizio di per sé era sufficiente per invalidare l’intero provvedimento, rendendo superfluo esaminare tutto il resto. Di conseguenza, la Corte non è nemmeno dovuta entrare nel merito tecnico della natura dei progetti svolti dall’impresa (non ha dovuto stabilire se effettivamente fossero R&S oppure no secondo i criteri di legge), perché ha deciso la causa direttamente sul piano procedurale. Ha applicato il principio della “ragione più liquida” per cui la mancanza del parere tecnico, in quanto questione più semplice e immediata da verificare, ha risolto il caso a favore della contribuente senza ulteriori approfondimenti.
Questa scelta ha due implicazioni importanti. Da un lato, come già accennato precedentemente, conferisce autorevolezza al requisito del parere MIMIT. Dall’altro lato, l’uso della “ragione più liquida” assicura che la controversia sia stata chiusa rapidamente e con economia di mezzi, evitando un lungo dibattimento tecnico sulla natura delle attività di R&S.
Conseguenze della sentenza
La sentenza 3180/2025 della CGT di primo grado di Milano comporta importanti conseguenze per il contenzioso in materia di credito d’imposta R&S. In particolare, sancendo l’obbligatorietà del parere tecnico MIMIT, essa stabilisce un principio che incide direttamente sulla legittimità formale degli atti dell’Agenzia delle Entrate in questo ambito.
In funzione del contribuente, la sentenza della CGT di primo grado di Milano offre un potente strumento di difesa aggiuntivo. In sede di contenzioso, la difesa potrà eccepire immediatamente la mancanza del parere MIMIT come motivo di nullità dell’atto, facendo valere la violazione di un presupposto procedurale essenziale. Questo alleggerisce anche l’onere probatorio a carico dell’azienda: invece di dover subito dimostrare nel dettaglio che i propri progetti erano qualificabili come R&S (cosa che comunque va preparata con documentazione e perizie), la società potrà innanzitutto mettere in dubbio la validità formale dell’accertamento. Se il giudice accoglie l’eccezione sul punto procedurale, l’intera contestazione fiscale cade, a prescindere dal merito. Si crea dunque una sorta di “filtro” procedurale: prima si verifica se il Fisco ha rispettato l’obbligo del parere tecnico e, solo se tale requisito è stato soddisfatto, ci si addentra eventualmente a discutere se l’attività era o meno ricerca agevolabile.
La decisione della Corte di Giustizia Tributaria di Milano n. 3180/2025 rappresenta un importante precedente a tutela delle aziende che investono in ricerca e sviluppo. Confermando l’obbligo di acquisire il parere tecnico del MIMIT prima di negare a un’impresa il beneficio fiscale, i giudici tributari hanno ribadito un principio di buon senso: le questioni altamente tecniche vanno affrontate con strumenti tecnici appropriati. Ciò garantisce che gli incentivi vengano concessi o negati con cognizione di causa, evitando che errori di valutazione penalizzino imprese meritevoli o, al contrario, che abusi conclamati restino impuniti.
Per le aziende, questo verdetto è un segnale incoraggiante. Significa che il sistema tributario riconosce le complessità insite nell’innovazione e offre dei correttivi procedurali in grado di proteggerle da decisioni affrettate. Naturalmente, ciò non esime le imprese dall’essere rigorose: occorre continuare a documentare dettagliatamente i progetti di R&S, rispettare i requisiti di legge e dotarsi di una certificazione tecnica che possa attestare la piena aderenza alle normative vigenti.





